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L’outsourcing: moda o
necessità?
L’outsourcing, contrazione dell’inglese “outside
resourcing”, è in Italia, in molti casi una moda, in
molti altri un pessimo servizio, in pochi casi un buon esempio di
corretta gestione. Tuttavia, sarebbe estremamente sbagliato ritenere
che non funzioni, ma è altrettanto doveroso dire che fino
ad oggi, poche realtà hanno tratto un reale vantaggio nell’affidare
all’esterno una attività o un servizio non strategico.
Credo che un po’ di confusione e di malinterpretazione ci
sia stata sia da parte delle aziende, sia da parte delle strutture
che hanno erogato il servizio. Intanto definiamo bene il concetto:
Outsourcing vuol dire affidare un’attività non strategica
in gestione esterna. Ovvero, tutte le attività di gestione
svolte, per un periodo di tempo prolungato (diversi anni) e definito
a livello contrattuale, da un operatore esterno all’azienda
cliente.
E’ un accordo, stipulato tra committente e fornitore (outsourcer),
in base al quale il primo appalta al secondo una funzione o un servizio,
che in precedenza realizzava al proprio interno. I vantaggi che
un’azienda otterrebbe, affidando quei servizi o funzioni non
strategiche in outsourcing, sono molti e tutti significativi.
Ad esempio, esternalizzare alcuni servizi consente, alla azienda
committente, di concentrarsi solo sul proprio "core business",
cioè su tutte le attività in grado di generare direttamente
profitti, lasciando all'outsourcer il compito di gestire le funzioni
di supporto.
Permette all'azienda di fruire di un servizio con elevati standard
qualitativi (perché erogato da specialisti) e a costi competitivi.
Riduce l'esposizione finanziaria necessaria all'acquisto e all'adeguamento
di attrezzature e tecnologia necessarie per lo svolgimento di tutte
quelle attività considerate di supporto.
Negli anni 80, in Inghilterra, io ero lì, tutti parlavano
dell’outsourcing come del nuovo mercato, a cui tutti dovevamo
abituarci al più presto. Era quello il periodo peggiore per
la Pubblica Amministrazione inglese che, costantemente sotto pressione
per bassa qualità del servizio e costi gestionali altissimi,
si interrogava su tutte le possibili soluzioni. Le soluzioni potevano
essere di due tipi:
- uno interno– con piani di aggiornamento e
di miglioramento destinati ad elevare la qualità del servizio
comprimendo il più possibile i costi gestionali
- uno esterno– affidando fuori alcuni
servizi ritenuti non strategici.
Prevalse di gran lunga la seconda ipotesi,
e quindi di li a poco assistemmo ad una radicale trasformazione
dei Ministeri inglesi. Nacquero le “Next Steps Agencies”
con il compito di gestire le funzioni operative dei Ministeri
al fine di consentire ai Ministeri di concentrarsi meglio sulla
formulazione delle politiche. Molti ministeri, vennero così
scorporati affidando alle Agenzie il compito di ottenere risultati.
L’impressione avuta, è che sul piano
dei risultati sussistono pesanti dubbi che queste agenzie abbiano
comportato miglioramenti. Forse perché create in prevalenza
con il personale che prima prestava servizio nell’amministrazione
e quindi, ma è solo la mia impressione, poco abituati a ri-pensare
costantemente il proprio lavoro col l’obiettivo del miglioramento
continuo. Al contrario, alcune di esse hanno recepito l’idea
del cambiamento e i Chef Executive, reclutati nel settore privato,
hanno trasformato le modalità di gestione del lavoro, generando
ragguardevoli guadagni di efficienza.
In Italia la situazione non è diversa. L’approccio
all’outsourcing è, a mio parere, inadeguata. La delega
ad un soggetto esterno, infatti, è uno strumento incredibilmente
potente del quale bisogna conoscerne le potenzialità ma anche
i rischi. Non si può pensare infatti di gestire un progetto
di outsourcing con le modalità secondo le quali si gestiscono
gli abituali rapporti cliente-fornitore.
Forse il segreto per un buon Outsourcing è
concepire il rapporto con tre soggetti coinvolti: azienda committente
– terza parte – outsourcer. Le mie sensazioni ed esperienze
in gestione aziendale mi inducono a ritenere possa essere profittevole
concepire l’outsourcing con un terzo elemento, in sostanza
con un “arbitro”. Un soggetto che preposto alla gestione
ed alla regolamentazione del rapporto di Outsourcing abbia come
obiettivo e come suo “core business” l’ottenimento
degli obiettivi fissati contrattualmente.
E’ questo il punto focale dell’outsourcing:
il raggiungimento di un obiettivo. Ed in questo, il ruolo dell’”arbitro”
può essere estremamente importante. Nella definizione degli
obiettivi, ad esempio, ed ancora, nella individuazione dei parametri
da misurare per verificare l’effettivo raggiungimento dei
risultati.
L’arbitro, che sia una società di consulenza o un consulente
free lance, sa benissimo quanto sia importante il monitoraggio quotidiano
per tenere in rotta la nave. Anche perché dal raggiungimento
dell’obiettivo dipenderà, la soddisfazione dell’azienda
committente e dell’outsourcer, ma anche, anzi soprattutto,
la sua riconferma. Quindi, starà ben attento al raggiungimento
dell’obiettivo. Nella fase di individuazione dell’obiettivo
si gioca, in buona parte, la partita. Non serve a nessuno avere
dei partner compiacenti e disposti a tutto pur di fatturare qualche
milione. Lo spirito dell’azienda committente, la sua missione
e tutto quello che ne consegue, deve essere a conoscenza dell’outsourcer
e da questo accettato.
Se l’efficienza in ogni area fa parte della filosofia dell’azienda
committente, la stessa efficienza si deve pretendere dall’outsourcer,
al quale si delega l’esecuzione del servizio ma non la responsabilità
nei confronti del cliente. E infatti, ricordiamocelo sempre, al
nostro cliente non interessa chi svolge il servizio, ma solo che
gli accordi presi con noi, e non con l’outsourcer, vengano
rispettati, soddisfacendo così le proprie aspettative.
Ing. Giuseppe Monti
Gemini Europa S.r.l.
(Amm. Unico)
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